Il Sole 24 Ore di ieri, lunedì 10 febbraio, a pagina 6, riporta i dati che emergono dall'analisi della spesa pubblica negli anni dal 2008 al 2012,
in base agli ultimi dati di Ragioneria generale dello Stato (bilancio
centrale) e Corte dei conti (analisi sui bilanci degli enti
territoriali).
"I buchi aperti nelle strade battute dalla pioggia di queste settimane, i cantieri infrastrutturali che si interrompono e l'agenda digitale che tarda a passare dalle parole ai fatti. I segnali della crisi degli investimenti pubblici sono tanti, e si incontrano in tanti aspetti della vita quotidiana, I numeri scritti nei bilanci dello Stato ed enti territoriali, però, traducono queste impressioni in dati impressionanti."
"100,4 miliardi in meno di spesa per investimenti e una trentina di miliardi in più di spesa corrente, cioè quella che serve per far funzionare macchina amministrativa e servizi. È questo il conto cumulato presentato dagli anni della crisi di finanza pubblica o, per essere più precisi è l'effetto delle scelte di politica economica che hanno puntellato gli anni dell'emergenza".
I tagli agli investimenti hanno riguardato tutti i comparti: Stato, Regioni ed, in maggior misura, gli Enti locali. La spesa corrente invece è rimasta al palo negli Enti locali ma è cresciuta di oltre 30 miliardi a livello centrale e negli enti funzionali.
I seguenti dati esplicitano ciò che è successo nei diversi comparti.
Totale spesa pubblica
Spesa corrente : da 685 M€ (2008) a 703 M€ (2012) = 17,7 M€ in più (+2,8%)
Investimenti : da 118,9 M€ a 80,9 M€ = 38 M€ in meno (-38%)
Stato
Spesa corrente : da 472,7 M€ (2008) a 489,4 M€ (2012) = 16,7 M€ in più (+3,5%)
Investimenti : da 63,1 M€ a 45,7 M€ = 17,4 M€ in meno (-27,6%)
Regioni
Spesa corrente : da 153 M€ (2008) a 153,7 M€ (2012) = 0,8 M€ in più (+0,5%)
Investimenti : da 63,1 M€ a 45,7 M€ = 17,4 M€ in meno (-27,6%)
Comuni
Spesa corrente : da 50,3 M€ (2008) a 51,7 M€ (2012) = 1,4 M€ in più (+2,7%)
Investimenti : da 23,6 M€ a 12,5 M€ = 11,1 M€ in meno (-47%)
Province
Spesa corrente : da 9 M€ (2008) a 7,8 M€ (2012) = 1,2 M€ in meno (-13,3%)
Investimenti : da 4,6 M€ a 1,6 M€ = 3 M€ in meno (-65%)
In pratica, le pubbliche amministrazioni sembrano aver risposto alla crisi in generale tagliando dov'era più facile, ossia nella spesa per investimenti (in altre parole, nel futuro). L'unico comparto in cui c'è stata anche una riduzione delle spese correnti è stato quello delle Province, il livello di governo che pesa solo per l'1,2% sulla spesa pubblica totale (anno 2012).
Nella sostanza, le manovre emanate dai Governi con la legislazione della crisi non sono riuscite ad incidere minimamente sul groviglio di interessi e sulle resistenze di vario tipo che si annidano tra le agenzie e gli enti intermedi lasciati in vita o creati ex novo dalla legislazione statale e regionale anche dopo la revisione del titolo V, parte II, della Costituzione, "in barba" al principio di sussidiarietà.
Se si vuole invertire la rotta la vera priorità del Governo è una nuova politica economica per uscire dalla logica della cieca austerità. Occorre coniugare una più oculata gestione delle spese correnti a livello centrale e regionale con un forte rilancio degli investimenti pubblici in settori strategici per lo sviluppo del Paese.
In questa prospettiva, fin da subito, nel 2014, è possibile prevedere nel patto di stabilità degli enti locali una
"golden rule" sugli investimenti immediatamente cantierabili (viabilità, difesa del suolo, scuole, green economy, innovazione)
in modo da dare una risposta concreta alle esigenze di sviluppo dei territori e favorire, allo stesso tempo, una più rapida ripresa dell'economia
italiana.
martedì 11 febbraio 2014
domenica 19 gennaio 2014
Per un sistema elettorale coerente
L'incontro di ieri tra Renzi e Berlusconi nella sede nazionale del PD per discutere di legge elettorale e di riforme costituzionali ha suscitato molte reazioni. Io penso da sempre che in un Paese serio le riforme istituzionali (e la politica estera) dovrebbero essere il terreno naturale di confronto tra tutte le forze politiche di maggioranza e opposizione.
La definizione di un percorso di riforme sufficientemente condiviso consente anche all'attuale maggioranza di governo di avere una prospettiva di durata fino al 2015, per portare avanti il programma per cui si è impegnata in Parlamento, tra cui spicca proprio l'urgenza della riforma elettorale.
Con la sentenza del 4 dicembre 2013 la Corte costituzionale ha dichiarato, infatti, l'incostituzionalità delle norme della legge elettorale nazionale che prevedevano un premio di maggioranza a prescindere dai voti raccolti e delle norme sulle liste bloccate che non consentivano agli elettori di scegliere i loro rappresentanti in Parlamento.
La parte più innovativa della sentenza è che per la prima volta, in modo esplicito, la Corte costituzionale ha ammesso una possibilità di controllo di costituzionalità sulla normativa elettorale, che non è lasciata alla completa disposizione del Parlamento, poiché esistono principi costituzionali che la legislazione elettorale ordinaria deve comunque rispettare.
Cardine dell'ordinamento repubblicano è il principio democratico per il quale "la sovranità appartiene al popolo che la esercita nei limiti previsti dalla Costituzione" (articolo 1). Tale principio trova completa attuazione nella Costituzione con la disposizione per la quale "sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. il suo esercizio è dovere civico." (articolo 48).
L'effetto della sentenza è la rinascita in Italia di un sistema simile a quello in vigore fino alle elezioni del 1992: un proporzionale con la possibilità di esprimere una preferenza. La legge elettorale che rimane in vigore consiste in «un sistema proporzionale depurato del premio di maggioranza» ma resta la previsione delle soglie di sbarramento previste dalla legge precedente. Per quanto riguarda la possibilità per l'elettore di esprimere un voto di preferenza, «eventuali apparenti inconvenienti, che comunque non incidono sull'operatività del sistema elettorale possono essere risolti mediante l'impiego degli ordinari criteri d'interpretazione» e «mediante interventi normativi secondari», di natura regolamentare.
Secondo il mio punto di vista, il sistema proporzionale non è un male in sé, soprattutto quando sia corretto con clausole di sbarramento per i partiti poco rappresentativi. Se si analizza la resa dei sistemi elettorali nel nostro Paese è facile costatare che l'Italia è cresciuta molto al di sopra della media dei Paesi europei con un sistema proporzionale, mentre la crescita del Paese si è quasi azzerata quando, dopo il 1992, si è fatta la scelta di introdurre diversi sistemi maggioritari non coerenti tra di loro che si ispiravano a modelli presidenziali spuri (il presidenzialismo de noantri) con l'obiettivo di ridurre in modo sostanziale il peso dei partiti nella vita politica.
La Corte Costituzionale, tuttavia, ha precisato che non è suo compito dettare una normativa elettorale al Parlamento ed, anzi, ha sottolineato che l'incostituzionalità della legge elettorale non comporta la decadenza del Parlamento poiché «le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare» pena il venir meno della continuità dell'ordinamento.
E' compito del Parlamento pertanto verificare la possibilità di individuare una nuova disciplina elettorale. In questa verifica il legislatore ha un margine di discrezionalità molto ampio poiché non esiste «un modello di legge elettorale imposto dalla Carta costituzionale». La cosa essenziale, la Corte ha aggiunto, è che si rispettino i principi costituzionali in materia elettorale e che il sistema elettorale prescelto sia coerente ed abbia una omogeneità di ispirazione.
Anche se non mi piacciono i premi di maggioranza e non condivido l'ispirazione fortemente presidenziale che caratterizza gli attuali sistemi elettorali a livello locale e regionale, ritengo che le proposte avanzate dal nuovo segretario del PD si pongano giustamente l'esigenza di trovare in Parlamento una soluzione rapida sulla legge elettorale e di individuare realisticamente un sistema elettorale nazionale coerente con l'attuale impostazione del sistema politico.
La scelta ipotizzata di utilizzare il modello spagnolo con l'aggiunta di un premio di maggioranza del 20% non affronta però le questioni sollevate dalla Corte costituzionale. Il modello spagnolo infatti si basa su un sistema proporzionale fortemente corretto dalla previsione di circoscrizioni con liste bloccate corte che pone nelle mani dei partiti la scelta degli eletti e favorisce il partito maggiore e i partiti con forte radicamento territoriale. Il ricorso ad un ulteriore premio di maggioranza rischierebbe di dare un premio irragionevole.
Si può invece partire dalle proposte avanzate per individuare, con il concorso di tutte le forze politiche presenti in Parlamento, una legge elettorale che garantisca la libertà e l'eguaglianza del voto e disegnare un sistema istituzionale e un sistema di legittimazione democratica sufficientemente coerenti con l'obiettivo di rafforzare l'ormai troppo fragile sitema politico italiano.
Un sistema così disegnato consentirebbe di garantire una rappresentanza adeguata delle forze politiche che abbiano un consenso sufficiente nel Paese (superiore al 3-4% dei voti) garantendo la libertà e l'uguaglianza del voto, senza feudalizzare il sistema politico a livello territoriale. Allo stesso tempo, riconoscerebbe alle forze maggiori il diritto di governare con maggioranze sicure (senza dover costituire coalizioni spurie che in questi anni hanno dimostrato tutta la loro fragilità) se raggiungono al primo turno il 40% dei voti, o se si aggiudicano il ballottaggio, secondo un modello che è coerente con quanto avviene a livello locale e regionale, ma superando il rischio di un premio di maggioranza spropositato.
La contestuale riforma del Parlamento e del bicameralismo perfetto, con la previsione che la Camera possa sfiduciare il Governo, prevedendo l'alternativa della fiducia costruttiva, renderebbe il sistema coerente con la forma di governo parlamentare e fornirebbe elementi di stabilità e di flessibilità al sistema istituzionale.
La revisione contestuale di tutta la legislazione elettorale consentirebbe di definire un sistema di legittimazione coerente in tutti i livelli di governo in grado di favorire una ricostruzione del sistema politico italiano non sulla base di pulsioni leaderistiche o plebiscitarie, ma intorno a forze politiche che abbiano sufficiente consenso e radicamento territoriale.
La definizione di un percorso di riforme sufficientemente condiviso consente anche all'attuale maggioranza di governo di avere una prospettiva di durata fino al 2015, per portare avanti il programma per cui si è impegnata in Parlamento, tra cui spicca proprio l'urgenza della riforma elettorale.
Con la sentenza del 4 dicembre 2013 la Corte costituzionale ha dichiarato, infatti, l'incostituzionalità delle norme della legge elettorale nazionale che prevedevano un premio di maggioranza a prescindere dai voti raccolti e delle norme sulle liste bloccate che non consentivano agli elettori di scegliere i loro rappresentanti in Parlamento.
La parte più innovativa della sentenza è che per la prima volta, in modo esplicito, la Corte costituzionale ha ammesso una possibilità di controllo di costituzionalità sulla normativa elettorale, che non è lasciata alla completa disposizione del Parlamento, poiché esistono principi costituzionali che la legislazione elettorale ordinaria deve comunque rispettare.
Cardine dell'ordinamento repubblicano è il principio democratico per il quale "la sovranità appartiene al popolo che la esercita nei limiti previsti dalla Costituzione" (articolo 1). Tale principio trova completa attuazione nella Costituzione con la disposizione per la quale "sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. il suo esercizio è dovere civico." (articolo 48).
L'effetto della sentenza è la rinascita in Italia di un sistema simile a quello in vigore fino alle elezioni del 1992: un proporzionale con la possibilità di esprimere una preferenza. La legge elettorale che rimane in vigore consiste in «un sistema proporzionale depurato del premio di maggioranza» ma resta la previsione delle soglie di sbarramento previste dalla legge precedente. Per quanto riguarda la possibilità per l'elettore di esprimere un voto di preferenza, «eventuali apparenti inconvenienti, che comunque non incidono sull'operatività del sistema elettorale possono essere risolti mediante l'impiego degli ordinari criteri d'interpretazione» e «mediante interventi normativi secondari», di natura regolamentare.
Secondo il mio punto di vista, il sistema proporzionale non è un male in sé, soprattutto quando sia corretto con clausole di sbarramento per i partiti poco rappresentativi. Se si analizza la resa dei sistemi elettorali nel nostro Paese è facile costatare che l'Italia è cresciuta molto al di sopra della media dei Paesi europei con un sistema proporzionale, mentre la crescita del Paese si è quasi azzerata quando, dopo il 1992, si è fatta la scelta di introdurre diversi sistemi maggioritari non coerenti tra di loro che si ispiravano a modelli presidenziali spuri (il presidenzialismo de noantri) con l'obiettivo di ridurre in modo sostanziale il peso dei partiti nella vita politica.
La Corte Costituzionale, tuttavia, ha precisato che non è suo compito dettare una normativa elettorale al Parlamento ed, anzi, ha sottolineato che l'incostituzionalità della legge elettorale non comporta la decadenza del Parlamento poiché «le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare» pena il venir meno della continuità dell'ordinamento.
E' compito del Parlamento pertanto verificare la possibilità di individuare una nuova disciplina elettorale. In questa verifica il legislatore ha un margine di discrezionalità molto ampio poiché non esiste «un modello di legge elettorale imposto dalla Carta costituzionale». La cosa essenziale, la Corte ha aggiunto, è che si rispettino i principi costituzionali in materia elettorale e che il sistema elettorale prescelto sia coerente ed abbia una omogeneità di ispirazione.
Anche se non mi piacciono i premi di maggioranza e non condivido l'ispirazione fortemente presidenziale che caratterizza gli attuali sistemi elettorali a livello locale e regionale, ritengo che le proposte avanzate dal nuovo segretario del PD si pongano giustamente l'esigenza di trovare in Parlamento una soluzione rapida sulla legge elettorale e di individuare realisticamente un sistema elettorale nazionale coerente con l'attuale impostazione del sistema politico.
La scelta ipotizzata di utilizzare il modello spagnolo con l'aggiunta di un premio di maggioranza del 20% non affronta però le questioni sollevate dalla Corte costituzionale. Il modello spagnolo infatti si basa su un sistema proporzionale fortemente corretto dalla previsione di circoscrizioni con liste bloccate corte che pone nelle mani dei partiti la scelta degli eletti e favorisce il partito maggiore e i partiti con forte radicamento territoriale. Il ricorso ad un ulteriore premio di maggioranza rischierebbe di dare un premio irragionevole.
Si può invece partire dalle proposte avanzate per individuare, con il concorso di tutte le forze politiche presenti in Parlamento, una legge elettorale che garantisca la libertà e l'eguaglianza del voto e disegnare un sistema istituzionale e un sistema di legittimazione democratica sufficientemente coerenti con l'obiettivo di rafforzare l'ormai troppo fragile sitema politico italiano.
- La nuova legge elettorale deve essere pertanto affiancata da una riforma del bicameralismo perfetto previsto dalla Costituzione, attraverso la previsione di una sola Camera politica a cui si dovrebbe affiancare un Senato delle autonomie.
- La fiducia al Governo sarebbe data solo dalla Camera. Ma il mantenimento della forma di governo parlamentare dovrebbe portare a prevedere comunque la possibilità per la Camera di scegliere un nuovo Governo, attraverso il sistema della sfiducia costruttiva previsto in Germania e in Spagna.
- Il sistema elettorale deve poi tenere conto delle indicazioni della Corte sul premio di maggioranza spropositato e sulla garanzia di voto libero e uguale, che presuppone il confonto libero tra forze politiche che devono presentare liste omogenee, senza dar vita a coalizioni spurie ed improvvisate che altererebbero la coerente rappresentanza del voto dei cittadini e renderebbero più fragile la governabilità del Paese, come è successo in questi anni.
- Nelle attuali condizioni del sistema politico italiano, vista la conformazione dei sistemi elettorali e locali vigenti, ritengo che la soluzione migliore sia la previsione di un sistema elettorale nel quale le diverse forze politiche si confrontano (senza da vita a coalizioni) per verificare il loro grado di rappresentanza attraverso un sistema elettorale proporzionale con clausola di sbarramento al 3-4%. Questa scelta deve essere accompagnata da un premio di maggioranza non irragionevole, che scatti immediatamente quando si superi il 40% dei voti al primo turno e permetta di ottenere il 55% dei seggi in Parlamento, ripartendo il premio sui primi candidati non eletti.
- Nel caso in cui nessuna forza politica superi il 40% al primo turno si dovrebbe prevedere un ballottaggio nel quale si confrontano le due forze politiche maggiori. La forza politica che prevale al secondo turno avrebbe diritto al premio di maggioranza per ottenere il 55% dei seggi che si distribuirebbe sui parlamentari non eletti al primo turno. Nel caso in cui, entro una settimana dal primo turno, le forze politiche presenti in Parlamento dichiarino pubblicamere di allearsi per concorrere al ballottaggio, la ripartizione del premio avverrebbe su tutte le liste che fanno parte della coalizione dichiarata.
- Questo sistema elettorale è coerente sia con la previsione di liste di partito circoscrizionali che prevedano il voto di preferenza, sia con la previsione di collegi uninominali secondo il modello degli attuali collegi per le elezioni provinciali. Il voto per collegi, tuttavia, se affiancato dalla previsione della parità di genere da garantire nelle liste, consentirebbe di dare una risposta più adeguata alle esigenze di rappresentanza politica, territoriale e di genere.
- Per dare coerenza al sistema, infine, la previsione del secondo turno eventuale tra le due forze politiche che hanno ricevuto maggiore consenso dovrebbe essere esteso anche alle elezioni regionali e alle elezioni locali, introducendo anche in questi livelli di governo il sistema della sfiducia costruttiva.
Un sistema così disegnato consentirebbe di garantire una rappresentanza adeguata delle forze politiche che abbiano un consenso sufficiente nel Paese (superiore al 3-4% dei voti) garantendo la libertà e l'uguaglianza del voto, senza feudalizzare il sistema politico a livello territoriale. Allo stesso tempo, riconoscerebbe alle forze maggiori il diritto di governare con maggioranze sicure (senza dover costituire coalizioni spurie che in questi anni hanno dimostrato tutta la loro fragilità) se raggiungono al primo turno il 40% dei voti, o se si aggiudicano il ballottaggio, secondo un modello che è coerente con quanto avviene a livello locale e regionale, ma superando il rischio di un premio di maggioranza spropositato.
La contestuale riforma del Parlamento e del bicameralismo perfetto, con la previsione che la Camera possa sfiduciare il Governo, prevedendo l'alternativa della fiducia costruttiva, renderebbe il sistema coerente con la forma di governo parlamentare e fornirebbe elementi di stabilità e di flessibilità al sistema istituzionale.
La revisione contestuale di tutta la legislazione elettorale consentirebbe di definire un sistema di legittimazione coerente in tutti i livelli di governo in grado di favorire una ricostruzione del sistema politico italiano non sulla base di pulsioni leaderistiche o plebiscitarie, ma intorno a forze politiche che abbiano sufficiente consenso e radicamento territoriale.
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lunedì 30 dicembre 2013
DIRITTI POLITICI NEGATI
La legge di stabilità 2014 (legge 147/2013), nell'art. 1, comma 325, prevede il commissariamento delle Province che dovrebbero andare voto nel turno elettorale amministrativo del 2014 per il rinnovo dei loro organi di governo. Allo stesso tempo, nell'art. 1, comma 441, la legge prevede la proroga dei commissariamenti per le Province che sono state commissariate negli anni precedenti.
L'illegittimità costituzionale dei commissariamenti delle Province è stata tra l'altro sollevata ora dall'ordinanza del TAR Sardegna del 13 dicembre 2013, che ha rimesso la questione alla Corte costituzionale per il contrasto con il principio di ragionevolezza delle norme che "non fissano un termine preciso e 'affidabile' di durata del regime commissariale" e "contemporaneamente attribuiscono ai commissari (non soltanto il compito di liquidare i rapporti esistenti, ma anche) quello di erogare gli ordinari servizi provinciali".
Ancora una volta, purtroppo, il Parlamento approva disposizioni normative di dubbia costituzionalità che, oltre a produrre effetti negativi sul funzionamento ordinario delle amministrazioni provinciali, ledono il diritto dei cittadini, uomini e donne, di eleggere i propri rappresentanti nelle istituzioni provinciali, istituzioni esponenziali delle loro comunità territoriali, previste come elementi costitutivi della Repubblica nell'articolo 114 della Costituzione.
In base all'articolo 1 della Costituzione, principio fondamentale del nostro ordinamento giuridico, l’Italia è una "Repubblica democratica" in cui "la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione".
La Costituzione stessa prevede, all'articolo 48, che "sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. il suo esercizio è dovere civico."
Per questi motivi, i commissariamenti delle Province, oltre il termine necessario al normale rinnovo – attraverso le elezioni democratiche – degli organi di governo provinciali, sono in contrasto con la Costituzione repubblicana. Il protrarsi del commissariamento oltre la normale scadenza elettorale, infatti, nel nostro ordinamento è ammessa solo in via eccezionale, per sanzionare casi gravi di cattivo funzionamento degli enti (come le infiltrazioni della criminalità organizzata).
Allo stesso modo, sono in contrasto con la Costituzione anche i commissariamenti delle Province in vista della loro trasformazione in enti di secondo grado, come previsto nel ddl AC 1542-A che è stato approvato in prima lettura dalla Camera dei Deputati lo scorso 21 dicembre. Infatti, le limitazioni al diritto dei cittadini di eleggere i propri rappresentanti nelle istituzioni costitutive della Repubblica - in base agli articolo 1, 48 e 114 della Costituzione - non possono essere previste in legge ordinaria, ma solo con una espressa previsione costituzionale.
Non a caso, è la stessa Costituzione che, all'articolo 58, prevede la limitazione ai soli cittadini con più di 25 anni dei diritto di eleggere i rappresentanti nel Senato della Repubblica e, all'articolo 83, prevede l’elezione del Presidente della Repubblica da parte del Parlamento in seduta comune.
Contro queste disposizioni lesive dei diritti elettorali e dei diritti politici garantiti dalla Costituzione, ogni cittadino, uomo e donna, potrà ricorrere al giudice per far dichiarare l'incostituzionalità di una legge ordinaria che nega alle comunità locali il diritto di eleggere i propri rappresentanti nelle istituzioni della Repubblica.
- 325. Le disposizioni di cui all'articolo 1, comma 115, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, relative al commissariamento delle amministrazioni provinciali si applicano ai casi di scadenza naturale del mandato nonché di cessazione anticipata degli organi provinciali che intervengono in una data compresa tra il 10 gennaio e il 30 giugno 2014.
- 441. Le gestioni commissariali di cui all'articolo 2, comma 1, della legge 15 ottobre 2013, n. 119, nonché quelle disposte in applicazione dell'articolo 1, comma 115, terzo periodo, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, cessano il 30 giugno 2014.
L'illegittimità costituzionale dei commissariamenti delle Province è stata tra l'altro sollevata ora dall'ordinanza del TAR Sardegna del 13 dicembre 2013, che ha rimesso la questione alla Corte costituzionale per il contrasto con il principio di ragionevolezza delle norme che "non fissano un termine preciso e 'affidabile' di durata del regime commissariale" e "contemporaneamente attribuiscono ai commissari (non soltanto il compito di liquidare i rapporti esistenti, ma anche) quello di erogare gli ordinari servizi provinciali".
Ancora una volta, purtroppo, il Parlamento approva disposizioni normative di dubbia costituzionalità che, oltre a produrre effetti negativi sul funzionamento ordinario delle amministrazioni provinciali, ledono il diritto dei cittadini, uomini e donne, di eleggere i propri rappresentanti nelle istituzioni provinciali, istituzioni esponenziali delle loro comunità territoriali, previste come elementi costitutivi della Repubblica nell'articolo 114 della Costituzione.
In base all'articolo 1 della Costituzione, principio fondamentale del nostro ordinamento giuridico, l’Italia è una "Repubblica democratica" in cui "la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione".
La Costituzione stessa prevede, all'articolo 48, che "sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. il suo esercizio è dovere civico."
Per questi motivi, i commissariamenti delle Province, oltre il termine necessario al normale rinnovo – attraverso le elezioni democratiche – degli organi di governo provinciali, sono in contrasto con la Costituzione repubblicana. Il protrarsi del commissariamento oltre la normale scadenza elettorale, infatti, nel nostro ordinamento è ammessa solo in via eccezionale, per sanzionare casi gravi di cattivo funzionamento degli enti (come le infiltrazioni della criminalità organizzata).
Allo stesso modo, sono in contrasto con la Costituzione anche i commissariamenti delle Province in vista della loro trasformazione in enti di secondo grado, come previsto nel ddl AC 1542-A che è stato approvato in prima lettura dalla Camera dei Deputati lo scorso 21 dicembre. Infatti, le limitazioni al diritto dei cittadini di eleggere i propri rappresentanti nelle istituzioni costitutive della Repubblica - in base agli articolo 1, 48 e 114 della Costituzione - non possono essere previste in legge ordinaria, ma solo con una espressa previsione costituzionale.
Non a caso, è la stessa Costituzione che, all'articolo 58, prevede la limitazione ai soli cittadini con più di 25 anni dei diritto di eleggere i rappresentanti nel Senato della Repubblica e, all'articolo 83, prevede l’elezione del Presidente della Repubblica da parte del Parlamento in seduta comune.
Contro queste disposizioni lesive dei diritti elettorali e dei diritti politici garantiti dalla Costituzione, ogni cittadino, uomo e donna, potrà ricorrere al giudice per far dichiarare l'incostituzionalità di una legge ordinaria che nega alle comunità locali il diritto di eleggere i propri rappresentanti nelle istituzioni della Repubblica.
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venerdì 6 dicembre 2013
Con Gianni Cuperlo, per la Repubblica democratica fondata sulle autonomie e sul lavoro
Il congresso del partito democratico è un momento essenziale per recuperare il valore costitutivo dei principi di unità, autonomia, pluralismo e democrazia della Repubblica tra gli iscritti, gli elettori e i nostri tanti rappresentanti nelle istituzioni democratiche (nei Comuni, nelle Province, nelle Regioni, nel Parlamento e in Europa).
Ma non solo. Il congresso è l’occasione per ricostruire un tessuto di partecipazione democratica, fuori dalle logiche correntizie e dalla proposta mediatica dell’uomo solo al comando, per mettere al centro della discussione politica il tema del lavoro.
La recessione economica e la scarsità delle risorse pubbliche disponibili, in questi anni, hanno spinto lo Stato a riprendersi spazi di autonomia che la Costituzione assegna agli enti territoriali. La “legislazione emergenziale della crisi” ha scaricato sulle autonomie e sulle assemblee elettive i problemi della tenuta dei conti pubblici, privilegiando “scelte tecnocratiche di austerità” che hanno ristretto le possibilità di sviluppo economico, le capacità di innovazione e gli spazi di democrazia.
Per la rinascita del Paese, è necessaria una vera riforma delle istituzioni che riordini l’apparato statale e gli enti territoriali per renderli più moderni e funzionali alle esigenze dei cittadini: superando, i privilegi, gli sprechi e le sovrapposizioni (di strutture, competenze e costi) attraverso la netta distinzione delle competenze tra Stato - Regioni - Autonomie locali; migliorando la capacità di agire e di cooperare delle pubbliche amministrazioni attraverso un intelligente ricorso alla rete e alla digitalizzazione dei servizi.
Ma la riforma deve essere affrontata valorizzando l’originale scelta regionalista e autonomista della forma di stato italiana, con una puntuale modifica della Costituzione che porti in breve tempo al superamento del bicameralismo, alla riduzione del numero dei parlamentari e, soprattutto, alla riforma della legge elettorale, per ripristinare un rapporto di fiducia tra la politica e i cittadini, come lucidamente ci ha indicato la Corte costituzionale.
Devono essere evitate, invece, ulteriori forzature legislative che riducano ancor di più il ruolo delle autonomie, con scorciatoie plebiscitarie o tecnocratiche. Le autonomie territoriali e le assemblee elettive sono una risorsa per la crescita. Devono essere mobilitate attraverso una “golden rule” sugli investimenti, che anticipi una riforma del patto di stabilità anche in Europa, per uscire dalla logica della cieca austerità. La vera priorità, infatti, è la ripresa economica, per dare una prospettiva di occupazione e sviluppo ai giovani e al paese.
Con Gianni Cuperlo segretario del PD è possibile costruire un partito nuovo e un gruppo dirigente diffuso, al centro e nei territori, che non si chiude nel palazzo, nelle stanze del potere, ma vive e cresce nella società, interagendo con le persone in carne ed ossa, le formazioni sociali e le istituzioni rappresentative, per dare risposte vere alla domanda di lavoro e alla voglia di riscatto che cresce nella società: con le autonomie, per il lavoro e la democrazia.
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